|
Il castello di Bonifacio I di Challant, il Maresciallo
Un'ulteriore tappa nello sviluppo del castello è
data alla successiva signoria di Bonifacio I di Challant, figlio
di Aimone.
Succeduto al padre nel governo del feudo nel 1387
Bonifacio non perdeva tempo. Dopo aver affinato le sue conoscenze
tecniche rivestendo a corte, tra il 1390 e il 1391, la carica di
ispettore alle fortificazioni, il nobile cominciava a organizzare
un'ulteriore trasformazione del suo castello probabilmente nel 1392.
I lavori sono documentati tra il 1393 e il 1395 e tutto lascia immaginare
che si siano protratti anche oltre quella data.
Le operazioni condotte nell'edificio consistevano
in un riallineamento di tutti i livelli orizzontali interni. Nel
corpo nord non dovevano esistere interrati e il piano basso doveva
trovarsi di quasi un metro sopra il piano di calpestio del cortile.
Si scavava il grande seminterrato; si abbassava il piano basso allineandolo
al cortile; si abbassava in conseguenza anche il livello della sala
maggiore; la si ampliava unificandola ad un vano minore ad essa
adiacente verso sud, ricavando la cappella; si realizzava un nuovo
piano al di sopra, nel sotto tetto, rifacendo tutte le coperture.
Operazioni di riallineamento erano condotte anche nel corpo meridionale.
Si costruiva il corpo di ingresso e, soprattutto, si finiva di chiudere,
costruendovi un ulteriore serie di vani sovrapposti, la parte occidentale
del cortile che solo ora assumeva la sua planimetria definitiva.
Il cortile veniva, infine, arredato con i due piani di ballatoi
e con lo splendido scalone. Si lavorava però anche all'esterno
del corpo centrale, sistemando tratte di mura e soprattutto allestendo
una prigione in quello che veniva chiamato regolarmente "rivellino",
che possiamo identificare nel gruppo delle tre torri di ingresso,
in particolare nella più tarda torre mediana.
Inoltre è possibile immaginare che accanto
al castrum, sul pianoro che
lo costeggia verso sud-est e lungo le sue pendici che degradano
verso nord, "viridarium", "hortus" e "vinea
domini", con le loro sale e topie, si estendessero fino a raddoppiare
l'area del castello, costituendo un articolato sistema residenziale,
produttivo e di rappresentanza in cui, accanto alla dimora del signore,
trovavano luogo il giardino per gli svaghi suoi, della famiglia
e degli ospiti, e l'orto e la vigna, con precisa funzione agricola
produttiva.
Certo quando sarà possibile mettere più
a fuoco il quadro che emerge da queste ipotesi, l'immagine che il
castello di Fénis finirà per assumere ne risulterà
totalmente stravolta rispetto ad oggi. Ne risulterà ancora
potenziato quell'aspetto di vera e propria piccola "corte"
che sembra così consona alle personalità sia di Aimone
che di Bonifacio di Challant.
Il castello, la regione, il
paese
I conti della campagna di restauri del 1393-1395,
oltre a permettere queste ricostruzioni contengono una gran quantità
di nomi di artigiani, capomastri, fornitori, trasportatori impegnati
nei lavori.
Il confronto tra questi dati e quelli che stanno
emergendo dalle trascrizioni dei computa dei castelli di Quart e
di Cly, della torre dei Balivi di Aosta e di Aymavilles, sta finalmente
permettendo di cominciare a tracciare il vero e proprio primo abbozzo
di una sorta di mappa, carta geografica dell'organizzazione del
lavoro edile in Valle nei decenni a cavallo tra XIV e XV secolo.
Ciò che soprattutto emerge dai conti è
però il ruolo esercitato nella costruzione del castello di
Fénis da Fénis stessa. Una buona metà degli
operatori impiegati sul cantiere è infatti chiaramente locale.
Altri personaggi legati all'economia di Fénis
sono sicuramente i fornitori dei materiali da costruzione. Alcuni
di loro dovevano essere personaggi di spicco nella vita economica
della comunità.
I boschi di Clavalité erano sicuramente una
vera e propria miniera di materia prima per il loro lavoro mentre
le acque impetuose del torrente e dei rivi laterali dovevano fornire
l'energia necessaria al funzionamento delle seghe idrauliche: un
posto ideale, quindi, per le attività di taglio della legna
e di preparazione di semilavorati. Solo un poco scomodo e defilato
rispetto alle potenziali destinazioni del prodotto che erano tutte
a fondo Valle, nelle diverse frazioni sparse sulla piana della Dora.
Gli affreschi di Fénis
Terminata poco dopo il 1395 la campagna costruttiva,
Bonifacio di Challant doveva trascurare il suo castello per un certo
numero di anni.
Il suo ruolo politico e la sua personalità
lo portavano in giro per l'Europa e fino in oriente a Santa Caterina
del Sinai, dove doveva recarsi in pellegrinaggio, probabilmente
tra il 1407 e il 1408. Nel 1409 era eletto all'ordine dell'Annunziata,
mentre nel 1410, 1412, 1414, toccava il culmine della propria carriera
politico-diplomatica guidando una serie di ambasciate che dovevano
mediare tra i re di Francia e di Inghilterra e i duchi di Berry,
di Borbone, di Borgogna, impegnati in una delle fasi più
cruente e complicate della guerra dei Cent'anni.
È a seguito di queste vicende che Bonifacio
si trova nell'occasione di compiere un ultimo intervento al castello,
questa volta solo decorativo, ordinando i cicli di affreschi che
ricoprono le pareti del cortile e della cappella.
Il loro ambito linguistico è sicuramente quello
del maggior artista gotico internazionale piemontese: Giacomo Jaquerio.
Non si è concordi sull'intervento diretto o meno del maestro,
negato da alcuni, affermato, anche se in ambiti molto limitati,
da altri, ma i cartoni usati sembrano a tutti gli effetti quelli
jaqueriani. Si potrebbe comunque benissimo immaginare uno Jaquerio
che arriva a Fénis con alcuni collaboratori, organizza il
cantiere e riparte subito per andare ad occuparsi di altri lavori
affidando l'intera esecuzione dell'opera ai suoi collaboratori.
Mentre mutano le valutazioni sulla qualità
oggettiva degli affreschi una certa concordia si manifesta sull'individuazione
di alcuni precisi limiti del ciclo. Una serie di errori e di cambiamenti
- anche limitati - di programmi facevano pensare ad una sorta di
"fretta" dei maestri a condurre a termine il loro lavoro.
I restauri condotti sugli affreschi nello scorso decennio hanno
evidenziato ulteriori aspetti di questa "fretta". Per
esempio sappiamo ora che, in un primo tempo, ai piedi della crocifissione
ma fuori della sua cornice, si era riportata sull'intonaco la traccia
della figura di un donatore inginocchiato in armatura, poi non dipinta.
Anche per quanto riguarda le datazioni le proposte
si stanno lentamente allineando. Aperte in passato in una forbice
estesa dalla fine del Trecento alla metà del Quattrocento,
sembrano limitarsi oggi tra la data più alta del 1414 e la
più bassa del 1430 circa. Forse meno, dal momento che i più
accesi critici della datazione alta, dal 1430, si stanno progressivamente
spostando indietro, ancorati ormai, pare, intorno alla data del
1420.
Una forbice di sei anni, e comunque al massimo di
un decennio o poco più, sembra ormai ragionevolmente credibile.
|